Serata imperdibile, Vi aspettiamo Giovedì 25 ottobre 2018 alle ore 21.00 presso la Sala Riunioni del Centro Culturale di Dalmine in Viale Betelli 21.

BIOGRAFIA

Francesco Giarrusso ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze della Comunicazione presso l’Università Nova di Lisbona (Portogallo). Dal 2013 collabora con il Centro di Filosofia delle Scienze dell’Università di Lisbona per cui ha tenuto seminari e conferenze sul rapporto tra le scienze e l’immagine foto-cinematografica.
In qualità di presidente dell’Associazione Culturale Thesaurus, dal 2016 organizza cicli di conferenze interdisciplinari ed è, inoltre, responsabile editoriale della rivista culturale Aria (www.ariarivista.org) edita dalla medesima associazione.
Attualmente è docente di Laboratori Tecnici in Istituti Superiori di Grafica e Comunicazione e si dedica alla fotografia con esperimenti analogico-digitali di cui ha allestito la prima mostra personale nel 2017 alla Galleria Germinal di Lisbona.

Impressioni fotografiche di Francesco Giarrusso

Fotografiamo sempre quello che già conosciamo, quello che abbiamo già visto: sempre in ritardo con noi stessi, rincorriamo la vita che ci scivola tra le dita. Fuori sincrono; fuori campo: la fotografia taglia il tempo e lo spazio restituendoci una traccia fisica del nostro passaggio, un’emanazione del mondo che si sfalda dinanzi ai nostri occhi.
Dov’è il tempo? Dove si trova? Dove finiscono le cose quando le cose finiscono? Il ricordo di ciò che ho visto si confonde con l’immagine che ho fissato: l’infanzia, i fantasmi di una vita che mi pare di aver vissuto ma che forse ho solo sognato, la terra solcata dall’aratro, i ruderi dispersi tra le colline bruciate dall’uomo e dal sole. Immagino le genti che abitavano in quella grande casa sul ciglio della strada, le gioie, i dolori, il sudore dei campi… Chi custodirà il loro ricordo? Penso alla voracità funesta del tempo, al destino inesorabile a cui andiamo incontro, alle migliaia e migliaia di generazioni che furono e verranno sepolte dalla polvere e di cui non si saprà mai nulla.
Immagine come specchio. Vedo il mio volto all’orizzonte, il profilo gentile dei monti, la carezza di quando ero bambino, la piazza e le strade del mio presente, sepolto, forse mai vissuto, e che un giorno pretenderà di convincermi della mia esistenza. Ora mi perdo, assorto nel bagliore delle acque. Una sottile linea nera separa la terra dal cielo. Trattengo il fiato e vado giù negli abissi della mia memoria in cui la luce ricalca l’impronta dei miei fantasmi, dove prende corpo l’invisibile, le immagini della mia fantasia, da φάος, che significa luce.
“È bello doppo il morire vivere anchora”: paradosso insolubile dell’istante e della perpetuazione, dal regno dei vivi a quello dei morti. Ma come rinunciare all’erba mossa dal vento? al fluire docile delle acque d’inverno? al riflesso delle nuvole nel cielo terso? Fotografia nel tempo e non del tempo, senza otturatore: ghigliottina impassibile, taglio salvifico a cui sottraggo il mio sguardo a beneficio di una parvenza di vita.
E se qualcuno mi biasimerà per l’ingenuità del mio gesto, per la velleità del mio intento, è sufficiente che si avvicini per scorgere il proprio riflesso muoversi tra i miei fantasmi.